Riassunto della tesi sulla canapa
Diego Guidi
"Dagli splendori ottocenteschi, dopo un lungo declino, verso il ritorno della produzione di canapa in Italia (1860-2003)"
Questa tesi si interessa di canapa e di canapicoltura, una tradizionale coltura italiana con un lungo e glorioso passato che, a partire dagli ultimi decenni del XIX sec., ha imboccato una fase di lento declino, culminato negli anni ’70 del Novecento, quando la coltura scomparve completamente dal territorio del nostro paese. Utilizzata principalmente in ambito tessile, simbolo della civiltà contadina, e della nostra storia e cultura, è oggetto d’un interesse che è sopravvissuto alla sua scomparsa e che, in Italia e all’estero, si è dimostrato tanto vitale da riportarla in auge a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.
Le ragioni del mio interesse nei confronti di questo soggetto sono diverse, e nascono tutte dalla forte curiosità che provo nello studiare la storia economica del nostro paese; un desiderio di conoscenza che aumenta ulteriormente quando è stimolato da argomenti poco conosciuti e dimenticati come questo. Studiare la storia della canapicoltura italiana vuol dire discutere di economia agraria, materia verso la quale gli economisti d’oggi mostrano un grande disinteresse, facendosi così interpreti di un atteggiamento a mio parere abbastanza discutibile; esaminare il mondo agricolo, quello dei nostri antenati più prossimi (del XIX secolo), ci aiuta a capire la civiltà del passato, da dove noi veniamo, e conseguentemente farci riflettere sulle problematiche dei giorni nostri, anche in campo economico.
L’obbiettivo di questa tesi è duplice; il primo, di carattere metodologico, è di porre all’attenzione dei lettori la stretta interdipendenza tra società, cultura ed economia, aspetti della civiltà del nostro paese. Il secondo obbiettivo consiste nel mostrare come questa coltura, tanto importante economicamente e socialmente nel passato, dopo un periodo di profonda crisi, possa oggi tornare agli antichi splendori, essere di nuovo importante ed aprire interessanti scenari per il nostro progresso e per il nostro sviluppo.
Per raggiungere al meglio gli obbiettivi che mi sono proposto ho suddivido il testo in tre capitoli, ognuno dei quali analizza diverse epoche storiche ed i differenti aspetti sopra citati. Il primo capitolo mostra come la canapicoltura sia una tradizionale coltura italiana, per secoli presente sul nostro territorio; trattandone, di conseguenza, si analizzerà anche la cultura e la civiltà dei nostri contadini. Dopo aver descritto l’oggetto di questa tesi, la canapa, (assumendo come ipotesi base che questa e la variante chiamata marijuana sono in verità la stessa pianta), e passate in rassegna numerose testimonianze della sua presenza nella storia, vengono descritte tutte le operazione riguardanti sia la coltivazione, sia le successive fasi di trasformazione della fibra in prodotti tessili, capaci di rendere la fibra nostrana la migliore al mondo in termini di qualità. Si cerca qui di capire cosa volesse dire per i nostri contadini coltivare canapa, in quale maniera questo avveniva, e quali fossero le loro abitudini, le loro fatiche e il loro stile di vita. Nel raccontare un modo così lontano dal nostro, l’aspetto socio-culturale viene in primo piano e diviene il filo conduttore di tutto il capitolo.
Il secondo capitolo tratta invece la storia della canapicoltura italiana, dalla seconda metà del XIX secolo fino alla scomparsa avvenuta negli anni ’70 del Novecento; due sono i fili conduttori di questa parte: l’importanza della canapicoltura per l’economia agraria del nostro paese, e la profonda crisi che la colpì. Il valore economico della canapicoltura era notevole sia a livello regionale che a livello nazionale; essendo una cultura fortemente localizzata assumeva notevole importanza nell’economia di alcune regioni come l’Emilia-Romagna, la Campania ed il Piemonte, nelle quali, estendendosi su vasti terreni, richiedeva una notevole quantità di forza lavoro, caratterizzandone così l’economia. Inoltre, la fibra nostrana era d’altissima qualità, e di conseguenza veniva in gran parte esportata; in tal modo contribuendo in positivo all’economia nazionale ed alla bilancia commerciale del nostro paese. La tendenza negativa che colpì la canapicoltura iniziò a manifestarsi nei decenni a cavallo dell’inizio del XX secolo, ed era strettamente legata alla mancata industrializzazione che caratterizzò la trasformazione da materia prima a prodotto finito; questo mentre il cotone americano, industrializzato ed economico, iniziava ad invadere con i propri manufatti i mercati di mezzo mondo. Questa problematica annessa alla crescente concorrenza da parte di altre fibre come il cotone, la juta e l’abacà, e di colture alternative che divenivano più economiche, come i cereali e la barbabietola da zucchero, contribuirono a rendere la crisi sempre più drammatica. L’andamento cambiò di segno durante il regime fascista, che attuò la politica dell’autarchia, ed attraverso l’istituzione dei Consorzi Obbligatori risollevò le sorti della canapicoltura nostrana, capace di ritornare alle dimensioni del secolo passato. Con la fine della seconda Guerra Mondiale la tendenza negativa riprese piede, e in un paio di decenni la crisi diventò irreversibile. Economicamente non più interessante, la canapicoltura venne presto emarginata e dimenticata. Lo Stato ed il Consorzio furono incapaci di attuare una politica economica in gradi di risollevare la canapicoltura dalle vicissitudini in cui era caduta; non fu salvato neanche il salvabile, la canapa scomparve del tutto dalle nostre campagne. In questo capitolo è l’aspetto economico a farla da padrone.
Dopo aver raccontato ed analizzato le problematiche socio-economiche connesse alla canapicoltura italiana, nel terzo e conclusivo capitolo l’attenzione viene posta sul rapporto tra canapa e marijuana, e sulle problematiche politiche ed economiche che ne scaturiscono. Partendo dalla considerazione che marijuana e canapa sono la stessa pianta, così come attestano tanto le fonti storiche quanto la maggior parte degli studiosi interessati a questo argomento, se ne analizzano le vicende nel corso del XX secolo. Si discute delle politiche proibizioniste, non tanto nei contenuti, ma principalmente nei risultati raggiunti; si voleva sopprimere l’utilizzo psicotropo della canapa, e non solo non si riuscì a raggiungere questo scopo, ma, mentre l’utilizzo industriale di questa pianta fu accantonato, fumare marijuana diventò presto un fenomeno di massa. Fu così che dai movimenti anti-proibizionisti degli anni ’70 per gradi nacque la consapevolezza che canapa e marijuana fossero la stessa pianta; l’opinione pubblica e nuovi e vecchi interessi iniziarono ad occuparsi dell’argomento.
Negli ultimi trenta anni il ritorno d’interesse nei confronti della canapa e della canapicoltura si è accentuato, grazie soprattutto al movimento ecologista ed al concetto di "sviluppo sostenibile", che mostra come la canapa sia una cultura che produce materiali ecologici ed eco-compatibili, ed inoltre, in tutto il mondo, sono nate molte organizzazioni che si interessano a differenti aspetti ed utilizzi della pianta. Si analizzano così i vari utilizzi della canapa, in ambito agricolo, industriale e medico, auspicando che il ritorno di questa coltura sia avvallato oltre che dai consumatori e dagli industriali, anche dalla volontà dei politici, finora contrari o quantomeno indifferenti a questa prospettiva.
La canapicoltura, coltura presente in Italia fin dall’antichità, dopo aver toccato livelli quantitativi poco più che simbolici nel 1970, in breve tempo scomparve del tutto dal suolo del nostro Paese, divenendo un lontano ricordo. Memoria di un mondo remoto, ormai soppiantato dalla meccanizzazione spinta delle lavorazioni agricole e dal mutamento dei gusti a proposito dei beni di consumo tessili delle fibre naturali.
Come ho cercato di spiegare nel corso dei primi due capitoli, le motivazioni alla base delle vicissitudini della coltivazione canapiera italiana furono molteplici. La più evidente e più lontana nel tempo, fu la mancata industrializzazione di una coltivazione molto tradizionale che, in un’epoca di profondi cambiamenti come fu il XIX secolo, continuò ad utilizzare le tecniche del passato; quelle tecniche tramandate senza mutamenti di generazione in generazione e contraddistinte dalla gran mole di lavoro intenso e faticoso che gravava sulle spalle dei contadini. I loro compiti non si esaurivano con le fasi semplicemente produttive, ovvero la preparazione del terreno, la semina ed il raccolto, ma riguardavano anche la filiera di lavorazioni volte ad estrarre la fibra dalla pianta; proprio a quelle onerose attività avrebbe dovuto rivolgersi l’interesse industriale, creando una vera e propria industria tessile e risolvendo quelle che assieme all’operazione della macerazione, erano le più grosse problematiche della coltivazione in questione.
La canapicoltura non riuscì a modernizzarsi soprattutto per mancanza di capitali da investire, simbolo di una mentalità ben diversa da quella presente, nello stesso periodo, in altre nazioni, come gli Stati Uniti e l’Inghilterra dove, già a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, erano sorte le prime fabbriche ed il capitalismo industriale aveva trovato terreno più che fertile. Proprio nei paesi anglosassoni nacque la grande industria tessile, la quale si occupò della fibra allora più coltivata: il cotone. La realizzazione di prodotti cotonieri fu completamente industrializzata e la canapa trovò sul proprio cammino un bene concorrente. Il nuovo sistema andò a contrapporsi alla produzione familiare ed artigianale, che contraddistingueva le vecchie colture come la canapa ed il lino. In breve tempo, il mercato internazionale fu inondato da manufatti in cotone e la canapicoltura ne subì fieri contraccolpi. Oltre alla spietata competizione della nuova fibra, il consumo di canapa diminuì anche a causa della concorrenza di altre fibre extraeuropee, come la juta e l’abacà, dei cavi metallici usati nell’industria cantieristica, e, più avanti nel tempo, con la comparsa delle fibre sintetiche. La recessione iniziò a farsi largo, ma anche se la coltivazione canapiera fu in forte contrazione in tutto il mondo, in Italia essa assunse un andamento più moderato; la canapa italiana era di altissima qualità, il che rendeva possibile una notevole esportazione del prodotto, fatto che riuscì a mantenere la nostra canapicoltura su livelli accettabili, sia per quanto riguarda la superficie coltivata, sia per la produzione complessiva. Nel triennio 1930-1933, le problematiche annesse alla scarsa industrializzazione ed alla violenta concorrenza delle altre fibre, portarono ad una spaventosa crisi, dalla quale ci si poté riprendere solo grazie l’intervento del regime fascista. Fu instaurata una nuova politica economica, grazie alla quale la canapicoltura smise di essere un interesse privato per diventare quello di un’intera nazione; furono raggiunte le dimensioni del secolo precedente e sembrò che la coltivazione canapiera fosse rinata. Purtroppo con la fine della Seconda Guerra Mondiale, ricominciò la tendenza negativa, che poi portò nel giro di un ventennio, alla totale sparizione della canapicoltura. Su questo periodo dobbiamo fare alcune considerazioni. La causa di questo profondo declino, si può trovare nella mancanza di una politica economica canapiera, dovuta al crescente disinteresse mostrato dallo Stato nei confronti del settore. Mentre il fascismo aveva protetto e rilanciato la canapicoltura nazionale, dopo la caduta di questo, lo Stato non fu più capace o, meglio, non volle più interessarsi alle vicende della canapa, lasciandola preda della concorrenza del cotone e delle altre fibre. Mentre negli Stati Uniti ed in Inghilterra si prendevano provvedimenti protezionistici, che resero possibile un’ulteriore espansione della produzione cotoniera, i nostri governi adottarono in campo tessile una politica totalmente liberista. La canapicoltura, lasciata a se stessa, scomparve dal nostro territorio. La canapa, prodotto italiano, non poté contrapporsi al cotone, prodotto americano ed inglese, paesi più ricchi del nostro che, allora come oggi, ben detenevano le redini della politica e dell’economia mondiale. Il mondo, trainato da chi comandava, correva diritto per la sua direzione; non ci fu più spazio per la canapicoltura.
La mancata industrializzazione, la concorrenza delle altre fibre, tra le quali spicca il cotone ed il disinteresse delle pubbliche istituzioni nei confronti della canapa, furono alla base della profonda crisi che trafisse la canapicoltura. Crisi ben radicata, che colpiva aspetti importanti e dalla quale difendersi sarebbe stato difficilissimo se non quasi impossibile; l’importante però era provarci, cercare di salvaguardare qualcosa a cui la nostra civiltà era molto legata. Nessuno si prese la briga di farlo e la canapa fu dimenticata.
Elencare tutti i possibili utilizzi della canapa in ambito industriale, agricolo e medico, penso sia utile per capire quali siano i molteplici interessi che contribuiscono alla rinascita di questa coltura. E’ un dato di fatto che, nel corso degli ultimi decenni, canapa e marijuana sono tornate alla ribalta e sempre di più l’opinione pubblica e la società si sono interessate alle loro tematiche. Questa coltura, tanto importante nel passato del nostro Paese, sta finalmente tornando e sono sorti seri progetti agricolo-industriali che la interessano. Spero che, nel futuro, la canapa e la canapicoltura ritornino agli splendori dei secoli passati, ma perché questo sia possibile devono concorrere almeno due condizioni, entrambe subordinate ad una terza. Prima di tutto, i consumatori devono trasformare le proprie preferenze a favore di prodotti e processi produttivi compatibili con l’ambiente, in maniera tale che le imprese siano più disponibili a produrre e ad investire in una certa direzione; dovrebbe esserci ad esempio maggiore disponibilità nel pagare di più per prodotti ecologici, in modo tale che anche l’azienda più interessata alla compatibilità ambientale sia premiata da maggiori guadagni. In questo senso, diventano molto importanti anche l’opinione pubblica e le associazioni dei consumatori, entrambe capaci di esercitare pressioni sulle imprese, che potrebbero così prendere più seriamente in considerazione le problematiche ambientali. Già oggi molte aziende, per acquistare una maggiore reputazione sul mercato, dimostrano che nei loro prodotti e nei loro processi non sono presenti sostanze tossiche e pericolose per la salute.
Accanto alla volontà dei consumatori di sostenere nuovi prodotti, la seconda condizione necessaria per lo sviluppo della canapicoltura consiste nel comportamento che devono assumere gli industriali: per far si che la canapicoltura si sviluppi bisogna fare investimenti in tecnologie e conoscenze scientifiche (capitale). Questo è un periodo di sperimentazione, in cui i margini di profitto economico sono ancora molto sottili; si cerca di escogitare nuove tecnologie, e questo richiede investimenti considerevoli. Senza un sicuro rendiconto economico gli unici capaci di investire possono essere i grandi industriali, seguendo così l’esempio della stilista Giorgio Armani. Aiutata anche dai consumatori e dal mercato sempre più interessati a prodotti di un certo genere, l’industria deve volere investire nella canapicoltura e nei suoi prodotti. Per realizzare il ritorno della canapa, a queste due condizioni (le preferenze dei consumatori e la reperibilità di capitali), bisogna anteporne un’ulteriore; la volontà politica. Gli ostacoli legislativi nei confronti di chi vuole investire in canapa sono considerevoli; il nostro Paese considera la canapa con valori di THC superiori al 0,02% una droga (secondo la legge Fini, in discussione in questi giorni, equiparata all’eroina, alla cocaina e alle cosiddette "droghe pesanti"), e questo produce chiaramente una serie d’inconvenienti sia per chi vuole coltivarla, sia per chi ha progetti industriali che la riguardano. Se la politica non smette di combattere lo sviluppo di questa coltura, e non si incentiva chi è pronto ad investire in una coltivazione ed in prodotti completamente eco-compatibili, che si rifanno all’idea di sviluppo sostenibile, il ritorno della canapa rimarrà un sogno irrealizzato.
L’interesse industriale ed economico per la canapa aumenta continuamente, ed in Italia l’utilizzo come sostanza psicotropa riguarda ormai milioni di persone. Se i politici vorranno tener di questa situazione, e sostenere la canapicoltura, questa potrà ritornare ad essere, come nel passato, parte della nostra cultura e simbolo del nostro paese.









